B. Sanguineti

B, Sanguineti: biografia

Bartolomeo Sanguineti nacque a Lavagna il 20 aprile 1916, da famiglia di artigiani.

Frequentò con lodevole profitto le scuole elementari nella sua città e, dopo che ebbe conseguita la licenza della classe quinta, nonostante i risultati promettenti e i consigli dei maestri, non godette l’opportunità di accedere agli studi superiori, a causa dell’ostinato diniego paterno: diniego che fu un dramma per il ragazzo, assetato di sapere, dramma che lo affisse per tutta la vita, disponendolo all’insicurezza e al pessimismo. Sanguineti poté solamente frequentare le cosiddette post-elementari, che a quei tempi si prolungavano fino all’ottava classe.


Poi: il lavoro. Mentre trionfava lo stile “svedese” il ragazzo fu, molto sprovvedutamente, avviato all’apprendimento dell’intarsio: e questo fu il secondo, imperdonabile errore, in quanto, nonostante che i risultati fossero brillanti, la richiesta non era tale da fornire il sostentamento. Perciò non rimase che l’ebanisteria: un lavoro duro, inadatto al fisico del giovane, non particolarmente vigoroso.


In mezzo a queste traversie, una passione fermentava da sempre nell’animo di Sanguineti: il disegno, la pittura.


Fin dalla più tenera età ogni foglio bianco che gli venisse alle mani serviva per uno schizzo, un disegno.


Vista l’impossibilità di accedere agli studi superiori, frequentò assiduamente la scuola serale di disegno “Tommaso Sanguineti” e contemporaneamente si impegnava a formarsi una cultura da autodidatta, acquisendo cognizioni molto vaste e approfondite nel campo dell’arte, della letteratura e della filosofia. Saggisti, grandi romanzieri, l’amato Proust, furono compagni della sua giovinezza.

Ma l’amore per il disegno e la pittura gli premeva nella mente e nel cuore, così che arditamente cominciò presto a recarsi in campagna, in particolare sulle rive dell’Entella, con il suo povero cavalletto, i colori ad olio acquistati a prezzo di notevoli sacrifici, e modeste tavole da pittura. Ed ebbe allora i suoi primi “clienti”: una famiglia di ortolani (di cui aveva ritratto le case in mezzo agli orti), che acquistarono due tavole per inviarle in America ai loro parenti.


Nel 1933 il famoso maestro Umberto Lilloni, che soggiornava e lavorava spesso in Riviera, notò il giovane appunto lungo l’Entella, e un giorno gentilmente intavolò un colloquio: conosciuta pertanto la sua situazione, gli dichiarò, senza mezzi termini, che il talento non gli mancava, ma che il successo era molto problematico, per una ragione ineluttabile: la mancanza di un supporto economico. A dire il vero Sanguineti questo lo aveva già capito, anche se aveva solo diciassette anni.


Più significativo e più proficuo fu invece l’incontro con il professor Lino Perissinotti: maestro importante nel movimento del “Novecento” e persona di enorme finezza e generosità. Egli prese a cuore le sorti del giovane “collega” e, dopo alcuni incontri sulle solite rive dell’Entella, lo invitò nel proprio studio, per esaminare alcuni suoi dipinti. Ne apprezzò la poesia, e le possibilità dell’autore, ma osservò che, per arrivare alla pittura autentica, bisognava rifarsi al principio.


Sanguineti si mise allora di buona lena e, sottoponendo via via ai suoi lavori al severo giudizio del provvidenziale maestro, conseguì a tempo opportuno risultati apprezzabili. Dai lontani anni che precedettero la seconda guerra mondiale i rapporti con Lino Perissinotti continuarono, benefici e affettuosi, fino alla morte del Maestro nel 1968.


Venne poi la guerra e il servizio militare, che non interruppe del tutto l’esercizio artistico. Nel 1942 Sanguineti trovò, arruolati come lui nel quindicesimo reggimento Genio, di stanza a Caperana, due commilitoni artisti, destinati a una lunga amicizia: Giuseppe Mancuso e Dario Bernazzoli. Con loro, in tutti i momenti liberi o strappati al servizio, assai poco congeniale a tutti e tre, usciva lungo il fiume o in collina a disegnare, scambiando consigli e punti di vista.


Intanto, nel corso degli anni quaranta, Sanguineti aveva avuto modo di poter osservare, negli originali, opere di Morandi, fino allora conosciute attraverso riproduzioni: il maestro bolognese rimase tra gli artisti più amati dei moderni, tanto che grande gioia fu la sua nel visitare molti anni più tardi, con rinnovata giovanile emozione, la mostra “Morandi e i Morandiani”, allestita nel “Castello di Racconigi” nel giugno 1996.


Dal 1945 Sanguineti cominciò a seguire assiduamente le importanti esposizioni che si allestivano nelle grandi città, nel clima di rinnovamento culturale del dopoguerra. Studiò con interesse Picasso, Braque, Juan Gris, il già menzionato Morandi, Cézanne, per non dire di Monet e Bonnard, ammirati per sempre quasi con venerazione. È ancora da aggiungere che dei maestri contemporanei nessuno gli fu “estraneo” perché abituato a considerare molto più le ragioni dell’opera che l’estrinseca rappresentazione.

Nacquero così esperienze morandiane, post cubiste, astratte, immateriche, assai interessanti, che attrassero l’attenzione del Prof. Sandro Cherchi, con l’invito a tenere una mostra a Genova.


Negli anni cinquanta e sessanta si legò di amicizia con gli artisti che operavano a Chiavari: Alberto Salietti, Emanuele Rambaldi, il già ricordato Lino Perissinotti, Guglielmo Bianchi, lavagnese come lui: pittori; Francesco Falcone, Piero Solari, Rodolfo Castagnino: scultori; inoltre il critico Enotrio Mastrolonardo, con cui intrattenne assidua corrispondenza quando l’amico si trasferì a Milano. Tali frequentazioni lo arricchirono artisticamente e culturalmente. Molto singolare fu, nel 1952, l’incontro con Pier Luigi Lavagnino, giovane allievo del Liceo Artistico “N. Barabino” di Genova. A lui lo unirono presto un affetto da fratello maggiore e un’altra e severa concezione del lavoro del pittore. Nonostante il divario di età, il destino volle quasi accomunarli nella morte, avvenuta per entrambi nel 1999.


In epoca più recente, sempre attento a quanto si proponeva di nuovo intorno a sé, stimò con grande convinzione la personalità e il lavoro di Ugo Sanguineti, lavagnese, ma operante a Milano, da lui definito “maestro” – titolo che attribuiva molto di rado; e ancora successivamente il giovane Mario Rocca, di cui apprezzò la ricerca seria e impegnata.


Tornando agli anni cinquanta: Sanguineti lavorava, studiava, seguendo le grandi mostre di Milano, Torino, Venezia, sempre assillato dal dilemma se abbandonare o no l’artigianato e porsi come impegno assoluto la pittura. In vero l’attività artistica gli aveva dato parecchie soddisfazioni, portandolo nel vivace ambiente milanese, dove era venuto a contatto con personalità dell’arte della critica, quali il pittore “concretista” G. Monnet, il professor Luciano Anceschi, il maestro Domenico Cantatore, Enrico Paulucci, l’amico Bruno Cassinari e altri illustri.


Ma restava sempre da risolvere il problema economico.


Tale assillo e i continui sacrifici lo condussero in depressione e per quanto nel 1962-63 gli fosse stata assegnata la cattedra di tecnica pittorica nella Scuola d’Arte di Chiavari, la abbandonò l’anno dopo, nonostante l’apprezzamento goduto, perché la salute era molto precaria, aggravata da una profonda crisi esistenziale. Ne seguì un periodo di silenzio nell’attività artistica, vale a dire: nessuna mostra, nessuna attività importante, programmi incerti.


Nel 1966 la vita di Sanguineti conobbe finalmente una svolta, attraverso il fortunato incontro con Amedeo Massari, allora giovane ispettore di diffusione a Chiavari del giornale “Il Secolo XIX” e editore del periodico “Il Levante”: uomo di forte personalità, attivo, amante delle arti e degli artisti, che lo trasse dall’abisso di sconforto e di pessimismo in cui era sprofondato, gli infuse fiducia e gli allestì, nelle sale di Villa Ravenna, sede de “Il Levante”, ben tre mostre: nel 1966, nel 1967 e nel 1969, per non parlare di quelle di Avezzano, Savona, Imola. Queste esposizioni ebbero molto successo e permisero a Sanguineti di dedicarsi esclusivamente alla pittura, proseguendo costantemente nell’attività congeniale, con mostre e manifestazioni pertinenti. Gli fu vicino da allora il giornalista Federico Canale, rimasto amico per sempre, prodigo di aiuto e di incoraggiamento, prezioso curatore di questo volume.


Nell’ultimo scorcio degli anni sessanta Sanguineti conobbe Oreste Bogliardi, con il quale, pur lontano nei modi e temi della pittura, lo accomunò il convincimento che nulla possa, nel campo della pittura, sostituirsi al “dipingere”.


Da quel tempo godette pure dell’ambito apprezzamento della poetessa Elena Bono, che lo gratificò con la sua stima e gli presentò la mostra nel 1972 presso la galleria “Presenze d’Arte” di Chiavari.


Contemporaneamente strinse amicizia con Nino Palumbo, scrittore ormai affermato, ma anche lui a suo tempo condizionato dall’impossibilità di studi regolari, perciò ben consapevole di quanto potesse aver sofferto l’amico pittore nella sua giovinezza.


Nel 1968, sposato ad una chiavarese, si trasferì a Chiavari, che del resto era sempre stata la sua seconda patria (o quasi la prima) e prese studio in via Gagliardo, studio che lo vide operoso fino all’estremo limite della vita, fedele alla sua arte, appartato e modesto, pago di dipingere.


Peraltro nel 1977 il commendatore Ettore Lanzarotto, presidente della azienda di soggiorno di Chiavari, lo invitò a tenere una mostra personale nelle prestigiose, nobili sale di Palazzo Torriglia; e fu un successo di pubblico veramente eccezionale. In quell’anno vinse il premio “Vegia Zena”, accompagnato da un premio-acquisto del Comune di Genova: il quadro venne collocato nella Galleria d’Arte Moderna a Nervi.
Nel 1987 gli sarà assegnato il premio “Turio-Copello” dalla Società Economica di Chiavari.

Negli anni sessanta e successivi Sanguineti poté fare viaggi interessanti a Mosca (per l’inaugurazione della mostra dei paesaggisti italiani promossa dal Secolo XIX per iniziativa dell’amico Amedeo Massari) a Leningrado: particolarmente emozionante la sala dei Rembrandt e quella dei Velazquez all’Ermitage.
Fu pure in Provenza, in occasione di importanti esposizioni presso la “Fondation Maeght” di Saint Paul de Vence, della quale fu socio fino alla morte del fondatore. Entusiasmanti furono per lui le mostre di Bonnard nel 1975, di Giacometti nel 1978, per non dire del “Museo immaginario” secondo Malraux del 1973.
Parigi, Barbizon, la Normandia, l’Alsazia gli offrirono momenti di intensa suggestione, particolarmente la Madonna del Roseto di Schongauer e l’altare di Isenheim di Grünewald a Colmar, la casa dell’amato Monet a Giverny, i musei Marmottan, Orangerie, d’Orsay.


Le vacanze estive lo videro sempre al lavoro, sia in montagna, specie nelle valli cuneesi, sia a Venezia, dove per anni trascorse alcune settimane nel mese di settembre, propizio alle visite delle esposizioni, all’ascolto delle conferenze alla Fondazione “Giorgio Cini” all’isola di S. Giorgio Maggiore, e – naturalmente – al dipingere su canali e campielli.


La morte lo colse il 25 settembre 1999, ancora vivacissimo nell’ingegno e ancora desideroso di studiare e operare.

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