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Salietti

La storia di Salietti si iscrive a pieno titolo nel solco di quella grande stagione della pittura che è stato il periodo che seguì la fine della prima guerra mondiale e in particolare in quella fucina di talenti che fu Brera in quegli anni.

Gran parte dei maggiori pittori italiani di quel periodo passò di lì nelle classi seguite da Tallone e Mentessi. Da questi maestri quegli studenti, tra cui Salietti, trassero l’amore per la plasticità della composizione.

Tanto il periodo prima della guerra (a partire dagli anni ‘70 dell’ottocento) era stato denso di fermenti, innovazioni, contaminazioni (si pensi solo a impressionismo, divisionismo, cubismo e futurismo), quanto quello post bellico pervase l’Europa e in particolare l’Italia principalmente con uno spirito di ritorno all’ordine e alla classicità. Persino Picasso vi si inchinò, seppur alla sua maniera.

Tornare all’ordine significava tornare ai Valori Plastici, alla solidità della composizione, a figure che avessero corpo, oltre che anima. Basta astrazione o visioni del reale frammentate e deformate dal simbolismo dell’inconscio e dall’instabilità delle prospettive conoscitive. La figura, il ritratto, l’allegoria dovevano essere gli elementi su cui poggiare tale rinascita, anche se il ritorno all’ordine (voluto anche dalla politica del regime di quegli anni) non comportò la piena rinuncia ad un certa atmosfera “metafisica” anche negli artisti più vicini a una forma di realismo o di ordine classico.

Uscito da Brera, Salietti aderisce trentenne, nel 1922, al movimento Novecento Italiano, fortemente voluto dal gallerista Pesaro e dalla effervescente Sarfatti e sottoscritto inizialmente da Sironi, Funi, Dudreville, Bucci, Malerba, Marrusig e Oppi. Le loro opere e l’apparente semplicità delle loro composizioni definirono il canone da applicarsi negli anni a venire, anche da artisti formalmente non inclusi, come ad esempio Casorati, o, in alcune figure, Carrà.

Salietti con la discesa a Chiavari e con la luce del Golfo aggiunse una sensibilità al colore tutta giocata su una scala cromatica composta, mai urlata, una sensibilita’ che ai Lombardi e dintorni mancava e mancò. Di qui i paesaggi, gli scorci, le vedute intrise di una luce che riproduce esattamente le primavere del Tigullio, senza smettere mai di cogliere nei ritratti, negli sguardi quella psicologia che ogni volta fotografa lo stato d’animo del soggetto raffigurato.

Mentre l’Europa si muoveva con decisione verso l’espressionismo, l’Italia era questa: spazio, corpo e colore.

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